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MED5 Il Mare assediato

La definizione è vecchia di almeno una dozzina d'anni, ma che cosa significa ci aiuta a scoprirlo un famoso articolo di Maria Luisa Gentileschi, docente dell' Università di Cagliari e presidente dell'AIIG Sardegna (Associazione Italiana Insegnati di Geografia)

Il progressivo spostamento della popolazione verso il mare è  un fenomeno planetario, ma raramente assume le dimensioni raggiunte nel bacino del Mediterraneo. 
Su entrambe le rive, nord e sud, il numero degli abitanti è aumentato considerevolmente; i 16 Paesi che vi si affacciano sono passati da un totale di 213 milioni di abitanti negli anni a cavallo del 1950 a oltre 400 milioni
Attualmente vivono nella fascia costiera almeno 80 milioni di personeSulla riva sud, la crescita demografica esplosiva dei due Paesi più popolosi, l’ Egitto e l’ Algeria, ha portato il primo a raddoppiare la sua popolazione e il secondo quasi a triplicarla, per lo più in aree ristrette, data la larga presenza di pre-deserti e deserti in entrambi i Paesi.

Agli effetti della pressione umana sugli ambienti marini e litoranei, ancora più importante è valutare i quantitativi di popolazione che insistono nei bacini idrografici che si affacciano sul Mediterraneo e scaricano il loro deflusso in un mare interno cui la limitatezza degli scambi con i mari adiacenti e l’oceano non consente un ricambio rapido delle acque.

Non solo la popolazione, ma l’impatto delle industrie e di un’agricoltura che fa ampio uso di additivi chimici raggiunge un livello qual è difficile riscontrare in altre parti del mondo. Infine, l’Europa mediterranea, non va dimenticato, rappresenta un terzo di tutti i flussi turistici nazionali e internazionali, ponendosi come la principale concentrazione turistica mondiale.

Non ci sono definizioni universalmente accettate del termine “popolazione costiera”: molto dipende dalla scala dalla quale si osserva il fenomeno. Se si considerano interi continenti, si può parlare di una fascia di 50 o anche di 80 km in cui il clima è senz’altro marittimo e l‘economia e l’insediamento umano sono generalmente legati allo spazio economico marino. Alla scala regionale e locale si parla di comuni costieri quando il loro territorio tocca il mare, oppure se i centri abitati sono situati a non più di 5 km dalla linea di costa e non superano in altitudine i 50 m slm. Al di là delle convenzioni a proposito della marittimità, se intendiamo valutare l’impatto della popolazione sulle acque marine in termini di inquinamento causato dalle acque reflue, certamente è preferibile attenersi al criterio dei bacini idrografici che scaricano nel Mediterraneo. Per un verso quindi anche Milano, pur lontana dal mare circa 260 km, è una città costiera perché la numerosità e la densità della sua popolazione esercitano un impatto sensibile sulle acque dell’ Adriatico a causa della mancanza di depuratori fognari. 

Se invece prendiamo in considerazione un altro tipo di impatto, la presenza umana diretta e quindi la sostituzione di spazi antropizzati agli spazi naturali e l’effetto delle opere umane e della stessa frequentazione umana dei litorali, sarà meglio concentrare l’attenzione sugli spazi fisicamente contigui al mare, principalmente la fascia litoranea e quella sub-litoranea.

L’addensamento della popolazione sulle coste del Mediterraneo si è accentuato a partire dal periodo tra le due guerre mondiali, soprattutto come conseguenza di due fenomeni: i l turismo di mare con le attività connesse e la crescente preferenza per la residenza in alcuni tratti costieri. Il clima mite attraeva fin dal secolo XVIII sulla costa francese meridionale i nobili delle fredde città del nord che venivano a svernarvi. Dalla fine dell’Ottocento non poche località mediterranee sono diventate residenza preferita da persone in genere adulte o anziane delle classi abbienti delle città nord e centro-europee, soprattutto dell’Inghilterra e della Germania. La Liguria e la Versilia hanno conosciuto forme di villeggiatura quasi altrettanto antiche,  alimentate da un’élite danarosa o che almeno ruotava intorno al denaro e al prestigio di famiglie importanti.

Le grandi opere di bonifica e il potenziamento di scali commerciali e militari hanno poi contribuito a popolare anche le pianure retrostanti e quindi influito sull’aumento dei traffici e sulla densità di popolazione della costa vera e propria. Ma soprattutto il debellamento della malaria consentì una rivalutazione di spazi costieri che erano stati abbandonati addirittura per secoli. Infine il turismo di mare diventa un fenomeno di massa provocando un affollamento estiva mai prima registrato.


La sete d’acqua, un millenario problema

Tra i diversi problemi che l’aumento della popolazione residente e di quella stagionale pone all’ambiente mediterraneo (e che vanno dalla riduzione degli spazi naturali con depauperamento della flora e della fauna e dal pregiudizio arrecato ai litorali sabbiosi agli effetti nefasti del sovraffollamento), uno emerge su tutti gli altri: è l’aumento della domanda d’acqua che aggrava un problema millenario, riguardante la penuria di una risorsa di base che ha vincolato per molto tempo il popolamento.
Il reperimento dell’acqua, la sua conservazione e distribuzione hanno condizionato lo sviluppo della città mediterranea, i suoi rapporti con l’entroterra, la sua ricchezza. Le risorse sono state, dall’antichità classica alle soglie del  secolo XX , soprattutto quelle dei fiumi che si versano nel Mediterraneo. Fiumi di rado importanti per la navigazione a causa dell’aleatorietà delle portate estive, ma ciò nonostante capaci di esercitare un grande potere di attrazione a motivo delle terre fertili presenti nelle pianure di foce e dell’acqua disponibili per l’approvvigionamento urbano e per l’irrigazione dei campi.
Si è assistito, da alcuni decenni, al rapido degrado delle risorse idriche di molte città costiere. Da una parte si è verificato il peggioramento qualitativo delle acque che giungono a immettersi in mare dopo aver raccolto i reflui di zone urbane e industriali, dall’altra viene meno la stessa risorsa, in conseguenza dell’aumento degli sbarramenti lungo gli alvei, realizzati per captare le acque e magari divergerle verso altri bacini, per usi urbani, agricoli e industriali. Acque meno abbondanti e qualitativamente scadenti raggiungono quindi le zone litoranee, dove gli acquiferi più o meno profondi, vengono riforniti di acqua dolce in minor misura e pertanto sono soggetti all’effetto salinizzante delle infiltrazioni d’acqua di mare.
Un po’ dappertutto, l’eccessivo emungimento ha  abbassato la piezometria naturale, cosìcchè minacciano di diseccarsi antiche opere idrauliche, per esempio le cimbras dell’Almeria ( gallerie drenanti di probabile origine araba che attingono acquiferi poco profondi). VEDI SCHEDA
La crescente domanda di acqua da parte degli insediamenti  umani e dell’industria incide già pesantemente sull’agricoltura irrigua che, secondo una stima recente della FAO, riguarda, i 24 Paesi che si estendono dal settore centrale del Mediterraneo fino al Medio Oriente, circa 29 milioni di ha.
Se nei settori occidentale e settentrionale l’irrigazione può essere considerata incrementativa dei rendimenti , nelle regioni poste ad est e a sud essa è indispensabile. In molti di questi Paesi, le aree irrigue hanno avuto, rispetto alla situazione del 1970, una crescita modesta e in qualche caso sono rimaste addirittura invariate, mentre la popolazione ha registrato una dinamica assai vivace.
Alcuni Paesi della Riva Sud, infatti, fanno segnalare tassi di incremento demografico ancora elevati, per esempio il Marocco, l’Algeria, l’Egitto.


L’acqua è oggetto di contesa. Le principali aree irrigue si sono sviluppate storicamente intorno alle città mediterranee, proprio là dove la competizione per la risorsa è oggi più marcata. L’agricoltura valorizza l’acqua meno dell’uso civico e del turismo cosa che indebolisce il potere contrattuale degli agricoltori. L’espansione delle città costiere, ma anche il turismo dei litorali, delle oasi e delle zone periurbane, entrano in concorrenza con l’irrigazione dei campi, in maniera pesante nel caso delle oasi e degli agri urbani irrigui delle città iberiche e nord africane.


Come per ogni contesa, gli interessi delle parti muovono l’azione politica. La politica dell’acqua tende a mettere la gestione della risorsa nelle mani delle collettività degli utenti, siano essi le municipalità, le associazione degli agricoltori, i consorzi irrigui o le popolazioni delle oasi. Quando la risorsa era soltanto locale, la gestione autonoma dell’acqua era più facile e frequente. Le moderne tecnologie hanno superato il concetto della risorsa idrica locale, a motivo dell’estensione degli spazi interessati dalle grandi opere idrauliche, dallo spostamento della risorsa su distanze anche notevoli e dal finanziamento statale delle grandi opere. Produzione ed energia, approvvigionamento idrico, protezione dalle alluvioni, sono attualmente oggetto di gestione su vasti spazi in maniera integrata.

Un uso corretto delle risorse idriche.
La scarsità delle risorse è creata dai consumi pro capite crescenti e dall’aumento dei consumatori induce a cercare tutti i possibili modi di accrescerla, attraverso il reperimento di nuove riserve, il risparmio e il riuso. Tutte queste vie possono essere seguite nell’intento di razionalizzare l’uso dell’acqua e di mantenerlo nei limiti della rinnovabilità degli acquiferi e della salvaguardia di un livello qualitativo accettabile. Pesanti tagli tuttavia sembrano inevitabili. L’Algeria, ad esempio, ha scelto di sacrificare gli interessi degli agricoltori a quelli dell’industria nel conflitto per l’acqua.
Alle Baleari, la carenza d’acqua rischia di limitare seriamente la ricettività turistica e già pone l’agricoltura irrigua nella necessità di riutilizzare le acque reflue.
Come in altre isole mediterranee. La crescita del turismo non è stata regolata sulla disponibilità della nostra risorsa idrica. Inoltre, in queste isole, come in genere avviene nelle regioni turistiche mature, si registra quasi sempre una ripresa demografica, per cui una domanda d’acqua crescente si distribuisce nel corso dell’anno senza che si abbassi la punta estiva. In aggiunta, la politica dell’acqua delle autorità locali ha fatto poco ricorso al risparmio imposto con un alto prezzo della fornitura idrica delle famiglie. Acquedotti e sistemi di distribuzioni con forti perdite, prezzi ridicolmente bassi, un servizio di esazione trascurato hanno abituato amministratori e amministrati allo spreco.
Caduti in disuso i sistemi tradizionali di raccolta e conservazione dell’acqua (terrazzi di raccolta, reti di pluviali e cisterne), l’uso irriguo delle acque fognarie –pure presente nelle società tradizionali- è stato anch’esso abbandonato per motivi igienici, cosicché più elevato è oggi il ricorso alle acque sotterranee, cui si attinge mediante migliaia di pozzi più o meno profondi spesso non autorizzati. In molte aree il rapporto risorse/domanda è prossimo alla crisi.
La risposta della dissalazione dell’acqua di mare è, tecnicamente probabile, rappresenta un gravame economico ingente, per cui si tende a riservarla a casi estremi.
L’abitudine a un uso corretto dell’acqua fa parte dell’educazione ambientale e non solo della politica locale, regionale, statale. Le famiglie potrebbero per proprio conto attivare accorgimenti per il risparmio dell’acqua e il suo riuso, se fosse più diffuso un giusto concetto della limitatezza di questa risorsa, almeno riguardo all’acqua di buona qualità. Inoltre, il diffondersi di una sensibilità generalizzata non potrà che contribuire a esercitare una giusta pressione sulle amministrazioni pubbliche e sui legislatori per l’emanazione di più efficaci normative di protezione e l’attivazione di politiche che a vari livelli ne incentivino un uso corretto.

Maria Luisa Gentileschi
Docente Università di Cagliari
Presidente AIIG Sardegna

































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