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MED07 Un mare a rischio

“La Haven era una vera e propria carretta dei mari - accusa Stefano Lenzi del WWF, - una nave di 18 anni quando si sa che una petroliera non può navigare per più di 15. Non a caso Ioannou l’aveva comprata dalla americana Amoco, dopo che questa società aveva deciso di metterla in disarmo. Non solo: prima di finire nel Mar Ligure la Haven durante la guerra del Golfo aveva preso un paio di siluri nello scafo”.

Al largo delle coste della Galizia, il 19 novembre 2002, la petroliera Prestige ha sversato 64.000 tonnellate di petrolio (il 60% per cento in più di quanto stimato inizialmente), 13.000 tonnellate di petrolio sono ancora depositate nelle stive, mentre tra le 5.000 e le 10.000 tonnellate di petrolio sono state trasportate dalle correnti, e periodicamente finiscono sul litorale. Sono stati quantificati in 5 miliardi di euro i danni all’industria della pesca e ai settori economici ad essa legati, al turismo e all’ambiente lungo i 3.000 chilometri di costa interessati nei dieci anni successivi.



Nel Mediterraneo (appena l’1% dei mari del Pianeta) si concentra il 30% del traffico marittimo mondiale Di tale traffico si stima che circa il 50% interessi merci pericolose. Lungo lo stretto dei Dardanelli, infatti, si possono avvistare in una sola ora circa 20 imbarcazioni di tipologia esclusivamente mercantile, nel Canale di Sicilia, ed in particolare sui banchi Avventura e Graham, la maggior parte del traffico mercantile interagisce con quello della pesca (qui estremamente intenso), proprio in un tratto di mare di estrema importanza per la preservazione degli stock ittici e più in generale per la conservazione della biodiversità.

1. In particolare è rilevante il ruolo del Mediterraneo nel traffico mondiale di petrolio: ogni giorno circolano del bacino oltre 300 petroliere dirette a porti interni, ma anche esterni. Questo andirivieni di giganti se da un lato permette uno sviluppo economico della regione, dall’altro, purtroppo, rappresenta una minaccia costante per il Mediterraneo perché sostanze inquinanti varie possono essere rilasciate accidentalmente, ma anche intenzionalmente, dai cargo.

Nel 1861 si assistette al primo trasporto di petrolio dall’America alla Gran Bretagna con un veliero in legno, l’Elizabeth Watts, che aveva un carico di petrolio contenuto in barili per una capacità totale di 224 t. Le navi attuali sono un po' più grosse


La lunga serie di disastri ha condotto alla ratifica della Convenzione internazionale per la prevenzione dell'inquinamento causato da navi (Marpol 73/78), un accordo internazionale con lo scopo di prevenire e ridurre al minimo l'inquinamento del mare derivante dai rifiuti marittimi, idrocarburi e gas di scarico. Tra i risultati della MARPOL e dei successiva ccordi internazionali va annoverato il rinnovo della flotta di petroliere e il bando delle imbarcazioni monoscafo



L'applicazione non è stata rapida, perché la dismissione di un petroliera è molto più rapida della costruzione della nave destinata a sostituirla; questo è all'origine di un periodo di transizione (che dura tuttora) in cui le navi, che dovrebbero avere un'età d'esercizio di max. 15 anni sono utilizzate anche per 18-20 e più anni.



2. La tutela della sicurezza ambientale del mare Mediterraneo non si deve limitare tuttavia alla prevenzione dei grandi disastri, alla messa al bando delle “carrette del mare”, inadeguate per trasportare carichi pericolosi come petrolio e altre sostanze tossiche. I natanti, per perdite o per eliminazione residui tossici, scaricano in mare enormi quantità di derivati del petrolio. 
Le macchie sulla superficie dell’acqua sono ben visibili dai satelliti, che ne effettuano il monitoraggio. Ne compare una nuova in media ogni tre giorni. Spesso sono lunghe molti chilometri
Il WWF ha rilevato il grave fenomeno dei rilasci illegali di petrolio nel Mediterraneo, causati dai lavaggi illegali delle stive e dalle perdite. Residui di acque di lavaggio dei tanker o acque di sentina scaricate in mare vengono complessivamente stimati in 15 Prestige all’anno.

Si calcola che i vegetali acquatici sia dei mari che delle acque dolci producono circa il 70% dell'ossigeno atmosferico, ma ciò è sempre più ostacolato dagli inquinamenti che concorrono a sopprimere la vegetazione e a impedire gli scambi gassosi aria-acqua, frapponendo in superficie un velo isolante di idrocarburi. Una tonnellata di petrolio si spande sulle acque in un velo di 12 km quadrati. Un grammo di petrolio rende inutilizzabile per la vita un metro cubo di acqua.
Gli effetti negativi di tale massa di idrocarburi anche sulla respirazione degli organismi acquatici è dunque tale da destare la più seria preoccupazione per la sopravvivenza della flora e della fauna e per le conseguenze sulla vita terrestre.


3. piattaforme off-shore e nuove trivellazioni



4. industrializzazione e cementificazione delle coste: nel periodo del boom economico in Italia si preferiva costruire i grandi impianti industriali sulle coste. Non solo le grandoi raffinerie (che hanno bisogniìo di rifornimenti via mare) ma anche industrie chimiche, siderurgiche etc.. che potevano teoricamente essere costruite altrove. Nella nostra regione ci sono vari esempi di vecchi impianti industriali in rovina. Marina di Montemarciano, Porto Recanati, Porto Sant'Elpidio i primi tre che mi vengono in mente. 

5. Altri fattori di rischio sono gli scarichi contenenti sostanze chimiche provenienti da industria e agricoltura che hanno messo KO alcune zone – l’Adriatico soprattutto – inducendo fenomeni di eutrofizzazione (acque povere di ossigeno, “zone morte”) e la proliferazione di alghe tossiche.


6. Infine, c’è il problema delle “specie aliene”, quelle diffuse ad opera dell’uomo (intenzionalmente o accidentalmente) al di fuori delle loro zone di origine, e che, in assenza di nemici naturali, riescono a moltiplicarsi a dismisura. Nel Mediterraneo ne vivono molte più che ogni altro mare: addirittura 600 specie (il 4% di quelle che lo popolano), arrivate per la maggior parte dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez.



Stivale a rischio 

Genova, Livorno, Napoli, Augusta, Ravenna, Porto Marghera, Gaeta, Cagliari e Taranto sono porti dove le petroliere incrociano le gasiere ed entrambe sfiorano i traghetti passeggeri. [Vedi disastro della Moby Prince]. Solamente nella laguna di Venezia, transitano su fatiscenti carrette 10 mila tonnellate al giorno di sostanze tossiche ed esplosive. Ogni anno milioni di tonnellate di petrolio - a bordo di cattedrali marittime pericolanti - accarezzano piazza San Marco e il Canal Grande. I costi ambientali e sociali originati da questi traffici sono enormi e incalcolabili. 

I rischi maggiori sono concentrati in tre aree: nel mar Tirreno (da Genova a Livorno), nel nord Adriatico (da Ravenna a Trieste), nella Sicilia orientale (nella zona di Gela-Priolo-Augusta e Siracusa-Melilli). L’Italia è unica nel suo genere: le nostre zone industriali e portuali costiere sono inserite nei centri urbani, eppure non esistono, in caso di incidente, piani di evacuazione della popolazione.

Quanto alle Bocche di Bonifacio tra Corsica e Sardegna, l’accordo italo-francese che vieta il transito alle navi pericolose non è mai stato fatto rispettare dall’Italia.

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