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La fine del Secolo dei Lumi

Una quarantina d'anni separa le date di nascita di Goldoni, Parini e Alfieri, ma solo dieci anni separa le rispettive date di morte (per essere precisi quando l’Alfieri morì, il Parini era spirato da quattro anni e il Goldoni da dieci). Se poi ci ricordiamo che il debutto di Goldoni fu tutt'altro che precoce, possiamo ben capire che i tre autori sono pienamente contemporanei

Un borghese, un ecclesiastico, un nobile. Goldoni, Parini e Alfieri provengono da ambienti totalmente diversi, ma hanno in comune l'intento di denunciare il degrado della Nobiltà: una classe sociale ormai anacronistica, svuotata, incapace e spesso volgare. Comune è anche l'uso dell'ironia (o dell'amaro sarcasmo)
Quello del Goldoni è il cosiddetto ‘illuminismo popolare’, che mira al progresso civile tramite la critica all’ipocrisia (evidente soprattutto nella Locandiera). 

Tre pilastri guidano la poetica di Giuseppe Parini (1729-1799): Illuminismo, Cristianesimo e Classicismo. Parini opera come un poeta ‘civile’, che non aspira alla distruzione della nobiltà, ma essenzialmente alla critica della “boria dei dotti” e dell’alterigia, del mancato ruolo di guida che ancora le spetterebbe.
Il suo è detto "classicismo illuminato" Ne Il Giorno e nelle Odi  colpisce la figura retorica dell'antifrasi, quando con un tono altissimo il poeta descrive situazioni prosaiche e grottesche

Vittorio Alfieri (1749-1803) è uno strano tipo di nobile 
"Fin da giovane egli sente tutta l'inutilità, l'assurdità della vita che la sua condizione gli prepara, e vi si ribella rifugiandosi nella sua solitudine, che egli non fa depressa e ripiegata su se stessa, ma eroica e sublime. Egli non si declassa, non si mette a vivere come i borghesi o come i popolani, ma esce dalla sua classe e fa parte a se solo. Assume atteggiamenti di odiator di tiranni, di amante della libertà…, e in effetti, lo si può ben considerare sincero. E tuttavia i suoi tiranni sono del tutto libreschi, astratti…, così come astratto e libresco è il suo amore per la libertà che non fa certo un giacobino, ma un libertario ben lontano dalla situazione reale del suo tempo, della sua società. Anche il suo buttarsi negli studi e nel lavoro delle tragedie ha il sapore del grande gesto, clamoroso, fatto per far vedere ai suoi simili, agli aristocratici intenti alle cure dei cavalli o delle donne, che quella era la vita vera, che poteva lasciare un segno, un'impronta…" (da sauvage27.blogspot.it)
Alfieri dà il meglio di sé nella scrittura di tragedie nelle quali è facile riconoscere le sue idee: lo sdegno verso la frivolezza della realtà contemporanea,  insofferenza verso le costrizioni di una società "illuminata", il rifiuto di ogni tirannia. 
I protagonisti sono l’uomo libero e il tiranno, che non possono fare a meno l’uno dell’altro, in un continuo scontro fra eroi‘positivi’ e ‘negativi’ 
Che cosa fosse il teatro tragico alla fine del Settecento è presto detto… , tragedie esotiche e meravigliose da un lato, lo sdolcinato melodramma dall'altro. Ebbene… le tragedie alfieriane, nella loro nudità, portarono un clima del tutto nuovo…, asciutte, dure, senza sdolcinature, contribuirono a ripulire il teatro italiano dal vecchiume settecentesco, e vi fecero risuonare parole inusitate… morte alla tirannide, amore alla libertà. 
Questo è, in effetti, l'unico tema delle tragedie alfieriane, dal "Filippo" alla "Virginia", da l' "Agamennone" al "Saul".  Questo il tema dominante anche nelle sue altre opere, dal saggio "Della Tirannide" a quello "Del Principe e delle lettere".






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